La maschera dell’ira.

L’invito era speciale e le premesse sembrano essere buone. Giorni orsono ho notato una pergamena in bacheca nella quale si annunciava in pompa magna un ballo in maschera presso Minas Erik, nell’ala del camino. Unico requisito, essere provvisti di maschera. L’occasione era ghiotta, pregustavo già l’idea di una serata di svago dopo diversi giorni passati a commerciare e navigare in mare aperto. Un piccolo premio personale per assaporare lo sfarzo, la ricchezza ed il potere che bramo.

In calce alla pergamena, una nota ancor più invitante: la possibilità di ricevere in dono una maschera dai cavalieri delle RoaseSpinae. Potevo forse perdere l’occasione di portare a casa un tal cortese cadueax? Ovviamente no. Armandomi della pazienza che solitamente caratterizza le mie battute di caccia, sfidando anche la luce del giorno ho raggiunto il gazebo appositamente allestito all’esterno di Minas Erik. La pioggia battente era solo un dettaglio fastidioso a cui ormai mi ero abituata, flagello che par non finire mai su queste terre. Fu il Cavaliere Axilles a farmene dono, non senza aver prima tessuto le lodi all’ordine cavalleresco ed aver narrato la storia della sua preziosa spada, legata al Roseto Blu.

La rabbia mi ribolle nelle vene se penso che ho anche sfidato le intemperie del mare per far rientro rapido da Liffa, ove ho lasciato uno gnomo, un simpatico ed arzillo figlio dei boschi. Avanti con l’età e particolarmente goffo nei movimenti, pare saper molto sulla contabilità ed a suo dire annovera importanti figure del Ducato tra i propri clienti. Infastidito dalle eccessive richieste che gli provengono dalla “marmaglia” (così ha definito i bassi di rango), ha preferito muoversi su Liffa per chiedere cittadinanza e spotar lì i suoi affari. “Chi ha soldi mi trova. Chi ha veramente bisogno mi trova. Gli altri, anneghino pure”. Mi piace il suo modo di fare, per questo mi sono messa in coda come cliente, sperando mi accetti.

Torniamo però al ballo. Subito sono stata accolta da sguardi poco lusinghieri, soprattutto dagli elfi. Gli altolocati non mi rivolgevano parola così come anche Axilles, il cavaliere. Al mio saluto, si è voltato dall’altro lato, fingendo di parlare di lavoro, se così si può definire la difesa di una sala da camino.

All’interno, lo spettacolo era ancora più triste. Goffi hobbit con la voce castrata, vampiri interessati solo a far sfoggio della propria bellezza ed abiti costosi, un banchetto preso d’assalto come da animali affamati e sgraziati. Ho osservato il tutto da un angolo, tra la credenza ed il camino, vicina ad una finestra che spesso guardavo come una via di fuga. Non da un pericolo ma dalla noia. La mestizia di dover osservare i nobili intenti a farsi passare la lingua sugli stivali e tra le natiche, in mezzo a discussioni di una banalità disarmante. Voleva essere un’occasione per fare il mio ingresso nella società di Lot ma è stata invece una lezione importantissima: a conti fatti, di loro, mi importa solo delle ricchezze e del potere. Questo lo si può ottenere in vari modi e questa festa in maschera di certo non è il luogo adatto. Vari presenti avevano la stessa espressione disillusa e sdegnata. L’invito alla festa era solo un modo per garantire un pubblico in adorazione per i Nobili ed i loro lacché, spettatori ignari del loro ruolo e traditi nell’orgoglio, essendosi sentiti trattati da pari, salvo constatare il ruolo a loro riservato. Mascherine in un teatro degli orrori sociali.

Lor signori sentiranno nuovamente il mio nome e questo porterà in dote sensazioni contrastanti.

Paura. Di perdere i propri averi.

Invidia. Per i miei successi.

Rabbia. Nel veder meno il loro potere.

È giunto il momento di tornare al piano iniziale. All’ ingresso in società, è evidente, preferisco l’intromissione nelle loro tasche.

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